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Ci sono posti dove il tempo sa congelarsi, bloccarsi in quell’attimo di massimo splendore storico che si ripete con la stessa piacevole prassi, ieri come oggi. L’Umbria è uno di quei luoghi, e basta scivolare velocemente il mouse temporale della storia d’Italia, dal Medioevo al Novecento, per circoscrivere un intervallo che sembra non avere del tutto compreso la modernità. L’Umbria, come la riconosciamo nel presente, preserva l’anima che Zeffirelli rappresentava nella sua versione del “Cantico delle Creature”: sole e luna si alternano dipingendo il paesaggio dolce e collinare, colorando le torri un tempo nobiliari, imbiancando o arrossando tetti e cupole. Persino le tante cittadelle, piccole e grandi, arroccate su quei colli, a prima vista, appaiono stiacciate, scenografie dipinte più che scenari ambientali. Il Medioevo è passato di qua, lasciando una traccia incisiva che mischia monachesimo, la parte più rivoluzionaria di un humus religioso di antica data, e una profonda cultura del territorio, da intendersi sia sotto il punto di vista agricolo/rurale che ecologico/ambientale.  Natura e religione.

Non è  un caso che sempre qui il “Gandhi d’Italia”, il padre del movimento pacifista Aldo Capitini – filosofo e politico, teorico del pensiero non violento – abbia deciso di ospitare la prima marcia “Per la pace e la fratellanza” nel 1961, un corteo che si ripete annualmente dalle pendici di Perugia fino ad Assisi.

Lungo questa linea di tradizione che attraversa in primis la presenza del movimento francescano radicato nella regione che ne è stata la patria, la pittura di Vincenzo Martini si colloca come interpretazione di un costume, religioso e popolare, ancora oggi componente essenziale della natura del tessuto sociale e parla la stessa lingua, dialettale e idiomatica, che riconosce nella figura di Giotto e della sua scuola, la matrice artistica e culturale di una figurazione, nei tempi e nella tecnica, da Martini sintetizzata e contaminata dalla stagione tutta italiana  metafisica e “fantastica”. Parlo di quel Realismo Magico (o fantastico per l’appunto) della prima metà del Novecento che dal nord è scivolato fino al centro Italia contaminando una visione del reale così trasformata nella sua interpretazione più visionaria e soggettiva, seppur sempre fedele al vero. 

In un'epoca di azzeramento linguistico, inteso soprattutto in ambito gergale, con la vittoria di un certo internazionalismo globalizzato che tende a smussare gli spigoli identitari per uniformarli e talvolta a omologarli, Vincenzo Martini propone senza esitazione un suo “idioletto”, solo parzialmente inventato, nel quale convive il latino con il volgare, la pittura colta di Giotto con la pratica amatoriale della pittura da cavalletto e da bottega. Quello di Martini è un idiolettico pittorico basato sui proverbi popolari e la cadenza sincopata del “Cantico delle Creature”, la più antica poesia della storia della lingua italiana. Più che stesure pittoriche le sue sembrano partiture da fiaba in stile “Musicanti di Brema” dei fratelli Grimm, battute che si ripetono ad intervalli regolari in ciascun dipinto, paesaggi come pentagrammi e i personaggi a fare da note. Viene alla mente il capolavoro musicale di Walt Disney, “Fantasia” (1940) quando funghi, corolle di fiori e pistilli, si mettono a ballare nel primo segno grafico che ha poi segnato la più celebre scuola di cartoon americani. Anche i soggetti di Martini, natura e uomini, ondeggiano come onde sonore. Con stilizzazione linguistica da illustratore, il pittore umbro interpreta la tradizione della sua terra attraverso visione d’interni e paesaggi in esterno, dove piccole sagome di frati sembrano coreografare le architetture al pittore ben note.

L’incidenza di una figura come San Francesco è comprensibile solo a chi, magari in viaggio lungo lo Stivale, si trovi ad attraversare il “cuore verde d’Italia”. Dal Lago Trasimeno, fino ai Monti Sibillini delle vicine Marche, e tra le città fortificate sugli Appennini, sarà possibile incontrare altrettanti monasteri che la storia del monachesimo, francescano e benedettino, ha voluto costruire tra i campi d’ulivo e pareti di roccia. 

Originario di Foligno, Martini si sposta nella vicina cittadina di Spello, dove il Pinturicchio ha lasciato nella Cappella del Duomo gli affreschi della storia di Gesù. Ma sono forse le scene allegoriche della vita di San Francesco conservate ad Assisi, nel transetto della Basilica Inferiore, a influenzare la ripetizione per scene nelle microstorie contenute in ciascun dipinto. Sia la serialità che le soluzioni prospettiche care alla scuola giottesca di matrice bizantina, circoscrivono il pittore nella tradizione della narrazione popolare che ha trascritto per immagini le storie e le mitologie, sacre e profane.

Il “ciclo francescano” di Martini illustra le stesse storie della tradizione umanizzandole. A scorrerle in sequenza, raccontano piccole porzioni di un’intimità svelata. Con l’espediente sequenziale da graphic book, l’antico è stemperato della sua austerità classica: la pratica dilettantistica della pittura si coniuga con la stilizzazione visiva più cara all’illustrazione.

Per meglio comprendere l’incidenza di tradizione ed attualità, si può portare l’esempio della pratica artigianale che nei presepi affonda le radici di una rappresentazione popolare del sacro. Ancora una volta la cui genesi è da ricercarsi nella storia dei “lari” etruschi e latini, gli antenati defunti che venivano forgiati in piccole statuette dai familiari. L’accumulazione di questi emuli, a veglia del nucleo familiare, li ha pian piano portati ad abitare microscenografie la cui evoluzione è nel presepio. Più intimista e al contempo universale è la versione quasi bidimensionale di tali scenari riportati su tela da Vincenzo Martini. Microstorie di un altrettanto micromondo, per certi versi dimenticato, che un pittore del Duemila riporta alla luce con giustizia di memoria. Localismo versus globalismo. Nelle radici della cultura nostrana risiede l’ambizione di una pratica che, lontana dallo star system dell’universo artistico, può comunque ritagliarsi un angolo di dovuta attenzione.

Luca Beatrice Land of Peace

 

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La vetrina oro di Spello e...
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